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Colture migliorate geneticamente: ora o mai piĆ¹
News e comunicati ^
 
23 Marzo 2022


 
Lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, e le conseguenti problematiche commerciali che ne sono immediatamente derivate, ha fatto tornare prepotentemente alla ribalta la parola Ogm: «È, passatemi il termine, la scoperta dell’acqua calda – spiega Alberto Cortesi, presidente di Confagricoltura Mantova – ed è desolante che sia servita una guerra per tornare a parlare di questi prodotti. La penuria di materie prime che stiamo scontando adesso è figlia di politiche errate decise negli anni passati, e che ora ci mettono con le spalle al muro in maniera irrimediabile».

Cerchiamo di fare chiarezza: il nostro paese nel 2020 (dati Ismea) ha prodotto quasi 7 milioni di tonnellate di mais, che sono stati però integrati da altri 6 milioni di tonnellate di materia prima importata dall’estero, in quanto il consumo presunto a livello nazionale si attesta sui 12,7 milioni di tonnellate. Ciò significa che il nostro tasso di autoapprovvigionamento, che nemmeno 20 anni fa ci consentiva di essere del tutto autosufficienti, ad oggi è attorno al 53%. L’Italia importa mais dagli Stati Uniti (rigorosamente Ogm) fin dal 1996, e ad esso si aggiunge un altro componente fondamentale per la dieta animale, vale a dire la soia, che per oltre l’80% è anch’essa Ogm. Il paradosso all’italiana è che all’interno dei confini nazionali è vietata la coltivazione di colture Ogm (peraltro termine che ormai poco ha a che fare con le nuovissime Nbt), ma non ne è assolutamente vietata l’importazione. «Se potessimo coltivare mais Ogm potremmo ridurre sensibilmente le importazioni dall’estero e risparmiare qualcosa come un miliardo di euro all’anno. Tutto ciò producendo peraltro un mais più sano dal punto di vista sanitario perché meno inquinato da micotossine».

L’Ucraina è il principale produttore di cereali non Ogm, e sarà dunque dura trovare sostituti. La situazione odierna è figlia di politiche errate perseguite negli scorsi anni, quando l’Italia decise di concentrarsi su vecchie tipologie di mais, continuando a trattarle due volte all’anno con fitofarmaci, anziché seguire la via del miglioramento genetico, che avrebbe consentito di raddoppiare le rese per ettaro e di annullare quasi del tutto i trattamenti sulle piante. «La partita Ogm va riaperta, ora o mai più. Riaperta e vinta, perché le nuove tecnologie genetiche rappresentano il futuro per l’agricoltura».

Vi è poi il capitolo legato alla nuova Pac. Il dibattito circa la validità del nuovo Green Deal è stato riaperto dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina; ancora una volta è servita un’improvvisa carenza di materie prime per capire che, probabilmente, la strada perseguita dall’Europa non è quella giusta: «La nuova Pac, così com’è stata progettata, è totalmente penalizzante per gli imprenditori agricoli. Va a minare alla base infatti la capacità produttiva delle aziende, e non le sostiene in questo senso. Occorre ripensarla, ma i tempi sono stretti». A livello comunitario la questione è stata affrontata, con il premier Draghi e il ministro Patuanelli che si sono espressi in favore di una revisione dell’attuale riforma, mentre il vicepresidente della Commissione Ue (con delega al Green Deal) Frans Timmermans è stato lapidario: «Il Green Deal non si tocca».





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