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Terreni a riposo sfruttati per le semine, a Mantova l'impatto reale è ridotto
News e comunicati ^
 
29 Marzo 2022


 
«Le decisioni assunte dalla Commissione Europea sono certamente importanti, ma il reale impatto, specie sulla provincia di Mantova, temiamo possa essere più limitato di quanto detto finora». Così il presidente di Confagricoltura Mantova, Alberto Cortesi, in merito ai provvedimenti di deroga che permetteranno agli imprenditori agricoli, per la sola annata 2022, di seminare nelle aree Efa (di interesse ecologico) e in quelle set-aside (lasciate a riposo), per far fronte alla carenza di materie prime e al conseguente rincaro prezzi, con questi ultimi schizzati letteralmente alle stelle dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina.
 
Il decreto Ue prevede in sostanza una maggiore flessibilità nell’utilizzo dei terreni disponibili e la possibilità di destinare a produzione anche superfici altrimenti lasciate a riposo. Ma le stime fatte finora sono eccessivamente ottimistiche. A Mantova infatti, secondo i calcoli dell’ufficio tecnico di Confagricoltura, sono presenti tra i 7 e gli 8mila ettari di aree Efa, molti dei quali però sono già seminati con colture azoto-fissatrici (come soia o erba medica) e non possono dunque essere considerati disponibili. Resterebbero circa 3.500 ettari dunque: «Terreni però – prosegue Cortesi – spesso situati in zone marginali, difficili da raggiungere e da irrigare, e soprattutto poco produttivi. L’effetto legato all’utilizzo di queste zone dunque rischia di essere davvero limitato, e non è quello che servirebbe al settore».
 
«Come Confagricoltura avevamo chiesto la sospensione di tutte le misure relative al greening, non solo di una parte. Chiediamo inoltre che la deroga stabilita non si limiti soltanto all’annata 2022, ma si possa estendere anche al 2023. Non dimentichiamo che le esportazioni di grano dall’Ucraina potrebbero calare di circa 20 milioni di tonnellate. Occorre agire per sopperire a queste carenze, e un’ulteriore soluzione è sicuramente rappresentata anche dagli Ogm, che importiamo in maniera massiccia, ma che ancora non possiamo coltivare».





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