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Riforma Pac 2023-2027: piĆ¹ vincoli e meno risorse
News e comunicati ^
 
07 Luglio 2021


 
«Non possiamo certo dirci soddisfatti per i risultati dell’accordo». Poche parole, ma sufficienti per capire che l’esito del trilogo che ha portato ad un’intesa sulla riforma Pac 2023-2027 non è piaciuto al presidente di Confagricoltura Mantova, Alberto Cortesi: «Il messaggio che passa – prosegue Cortesi – ma che viene poi di fatto tradotto in azioni concrete, è che le aziende agricole dovranno sottostare a nuovi vincoli in materia di sostenibilità ambientale, a fronte però di una riduzione delle risorse a disposizione. E quel che è peggio è che questa riduzione colpirà soprattutto le imprese più propense agli investimenti, all’innovazione e alla creazione di forza lavoro, quelle cioè più trainanti per il settore. Siamo sicuri che la Pac debba andare in questa direzione? Noi non la pensiamo così».
 
Scendendo più nel concreto, le prime stime in arrivo dalla Ue dicono che l’agricoltura italiana subirà un taglio del 15% (contro una media Ue del 10%) nei finanziamenti ad essa destinati, in termini reali, rispetto al precedente Quadro finanziario pluriennale: «La nuova programmazione – spiega Cortesi – varrà nel complesso 386,7 miliardi di euro, dei quali 50 arriveranno all’Italia, 6,2 in meno rispetto alla precedente programmazione. Questa Pac è tutto fuorché realistica, e non accoglie le esigenze dei nostri imprenditori. Noi siamo i primi a volerci impegnare per aumentare sempre di più le buone pratiche in termini di sostenibilità ambientale, anche perché siamo i primi a vedere gli effetti del cambiamento climatico sulle nostre terre, ma non saremo in grado di farlo senza gli adeguati sostegni economici. Le sostenibilità da salvaguardare non sono solo quella ambientale e quella produttiva, ma anche e soprattutto quella economica».
 
Due in particolare i punti più discussi, a parere di Confagricoltura. Il primo quello riguardante la condizionalità sociale, facoltativa dal 2023 ma resa obbligatoria a partire dal 2025. Questa norma vincola l’erogazione degli aiuti al rispetto della legislazione sul lavoro, che però è diversissima tra i singoli stati membri e rischia dunque di creare forti disuguaglianze tra produttori di nazioni diverse. Alcuni infatti dovranno seguire regole più restrittive, mentre altri meno. La condizionalità classica invece si basa su norme comunitarie uguali per tutti.
 
Il secondo punto riguarda invece gli investimenti cosiddetti “non produttivi”, la cui superficie potrà variare dal 4 al 7% di quella aziendale. Si tratta di terreni che non saranno adibiti alla coltivazione, un provvedimento che di fatto fa perdere di vista i reali scopi della Pac: garantire equo reddito agli agricoltori e produrre cibo.
 
La nuova riforma entrerà in vigore il 1° gennaio 2023, e sarà valida per cinque anni. La bozza del testo dovrà ora essere sottoposta, il prossimo autunno, al voto della Commissione Agricoltura e dell’assemblea plenaria del Parlamento Europeo. Entro il 2021 inoltre, l’Italia dovrà presentare il Piano strategico nazionale per l’attuazione della riforma stessa, che dovrà includere anche i Psr, finora di esclusiva competenza delle singole regioni.
 
«Noi – conclude il presidente Cortesi – continueremo a rappresentare concretamente le nostre aziende, come abbiamo sempre fatto, a differenza di altre organizzazioni agricole, che spendendosi in lodi verso questa riforma sembrano non avere assolutamente a cuore gli interessi dei propri associati».





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