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La filiera zootecnica in carenza di farine proteiche
News e comunicati ^
 
06 Maggio 2020


 
L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus ha riportato d’attualità un tema fondamentale per il futuro delle filiere agroalimentari nazionali, vale a dire quello legato alla dipendenza dai mercati esteri per quanto riguarda le farine proteiche, elemento chiave per l’alimentazione zootecnica nei nostri allevamenti: «E di conseguenza – spiega Alberto Cortesi, presidente di Confagricoltura Mantova – elemento chiave per eccellenze quali, per restare all’interno della nostra provincia, il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano o i prosciutti crudi». L’emergenza Covid-19 ha messo in evidenza le carenze produttive nazionali e le difficoltà nell’approvvigionamento dall’estero, dovute alla chiusura delle frontiere e al blocco delle importazioni. Le proteaginose (come fagiolo, pisello, fava, cece e lenticchia) e le oleaginose (come soia, girasole e colza) sono, oggi più che mai, elementi fondamentali per la zootecnica, ed è per questo che è stata inviata al Ministero per le Politiche Agricole una lettera riguardante la richiesta di deroga temporanea e straordinaria in materia di greening per le aree Efa (di interesse ecologico): «La nostra proposta – prosegue Cortesi – è quella, per la sola campagna di semine 2020, di prevedere una deroga all’obbligo di destinare parte dei seminativi a queste aree Efa, e di consentire in tali zone la semina di colture proteiche, con l’utilizzo di prodotti fitosanitari a impatto quasi nullo. Il tutto senza causare problemi nella presentazione delle domande Pac. Crediamo che questo sia il modo migliore per rilanciare queste produzioni».

Ma com’è la situazione all’interno della nostra provincia? L’impressione è che i produttori non abbiano ancora del tutto compreso le possibilità di mercato date dalla carenza nazionale di tali prodotti. Tra le oleaginose la più diffusa è la soia, che dopo annate difficili può ora godere di strumenti come i contratti di filiera. Nel 2019 (dati Istat) in provincia di Mantova ne sono stati seminati 13.200 ha, con una resa di circa 470.000 quintali. Gli ettari erano 11.600 nel 2011, ma circa 20.000 appena cinque anni fa, con punte produttive di quasi 900.000 quintali. In calo anche il colza, che contava su 540 ha nel 2011 e su 429 ha lo scorso anno (produzione di 14.500 quintali). In crescita invece il girasole, con 580 ha e più di 17.000 quintali prodotti contro i 398 ha del 2011. Passando alle proteaginose (o leguminose da granella), la situazione è in crescita, anche se ancora lontana da livelli di autoapprovvigionamento. In grande crescita il pisello proteico, che passa dai 50 ha del 2011 ai 1.982 dello scorso anno, con circa 63.000 quintali prodotti. Discorso analogo per il fagiolo, coltivato su appena 12 ha nel 2011 ma passato a 435 ha nel 2019, con circa 9.000 ha raccolti. In calo invece il cece, che passa dagli oltre 200 ha del 2018 (con più di 5.000 quintali di prodotto) ai poco più di 20 dello scorso anno. Marginali, al momento, le produzioni 2019 di fava da granella (37 ha, 1.400 q), fava fresca in piena aria (26 ha, 2.860 q), fagiolo e fagiolino in piena aria (25 ha, 1.800 q) e lenticchia (appena 1 ha, per 21 q raccolti): «Le proteaginose – chiude Cortesi – possono essere una validissima alternativa a livello colturale, ma devono diventarlo anche dal punto di vista economico. Auspichiamo la creazione di vere e proprie filiere, capaci di rilanciare le colture a prezzi convenienti e competitivi per i produttori».





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