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Dai Gonzaga ai giorni nostri: il riso di Corte Motta tra tradizione e innovazione
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11 Ottobre 2019


Davide Cornacchia nel reparto confezionamento dell'azienda
Davide Cornacchia nel reparto confezionamento dell'azienda
Crescere e investire pur rimanendo al di fuori dei circuiti della grande distribuzione? Un’impresa difficile per qualcuno, la quotidianità per l’azienda agricola Corte Motta di Bigarello, eccellenza di Confagricoltura Mantova per la produzione di riso. Qui ogni giorno i fratelli Davide e Silvia, sotto l’attento sguardo di papà Cleto, 85 anni di passione ed energia, lavorano con un perfetto mix di innovazione e tradizione. E l’oro dei loro campi, il riso, protagonista assoluto nelle terre del nord-est mantovano, è apprezzato davvero in tutta Italia: «Vendiamo da nord a sud – spiega Davide Cornacchia – lavoriamo con oltre 200 alberghi e ristoranti del Trentino Alto Adige, con ristoranti della costiera amalfitana e con numerosi chef stellati. Nei nostri 26 ettari di risaia produciamo per due terzi Carnaroli, che è il nostro riso di punta per qualità e per come tiene la cottura, e per il restante terzo Vialone Nano, sia normale che semintegrale». Si può affermare senza timore di smentita che il riso di Corte Motta sia al 100% “Made in Mantova”, dato che semina, raccolta, essicazione, stoccaggio, lavorazione e confezionamento avvengono interamente all’interno dei confini dell’azienda, che nel tempo si è sempre più specializzata, fino a rendersi totalmente autonoma da questo punto di vista, con 1.800 quintali lavorati ogni anno. Una storia che risale addirittura al tempo dei Gonzaga, primi proprietari della corte (che risale al 1470) e delle terre che la circondano: «E difatti il nostro stemma ricalca quello originale degli antichi signori di Mantova, che qui avevano una casa di caccia. La nostra famiglia è qui dal 1961, siamo partiti con circa 70 biolche mantovane e ora ne conduciamo 350». Ma la svolta è arrivata nel 1994, con un cambio nel processo produttivo del riso: «Abbiamo capito che coltivare riso per il libero mercato era poco remunerativo – prosegue Davide – e allora abbiamo deciso di investire, acquistando l’impianto per la lavorazione del prodotto e completando la filiera produttiva. La strada intrapresa è quella giusta, siamo fuori dal circuito della Gdo ma questo non deve portare a uno scontro con l’industria. È possibile coesistere senza pestarsi i piedi. La cosa fondamentale? La giusta remunerazione per il produttore. Il riso lavorato deve andare via al giusto prezzo, non al di sotto dei 2 euro al chilo». E per l’annata 2019 c’è soddisfazione: «La qualità è stata buona, così come la produzione, che si è assestata sui 20 quintali per biolca».





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