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Il mais mantovano con l'acqua alla gola
News e comunicati ^
 
25 Settembre 2019


Il mais italiano, e di conseguenza anche quello mantovano, ha l’acqua alla gola, e la colpa non è la pioggia caduta nei giorni scorsi. «Il settore è in agonia, occorre un deciso cambio di rotta o le conseguenze potrebbero essere pesanti» dice Roberto Begnoni, presidente della sezione cereali di Confagricoltura Mantova e da sempre attento alle dinamiche del prodotto. Prodotto che, in questo 2019, ha vissuto un’annata nel complesso decisamente negativa, con produzioni in calo del 20% per il trinciato e del 15% per la granella. Il motivo è da ricercarsi principalmente nelle forti piogge del mese di maggio, che hanno rallentato la crescita delle piante, soprattutto su terreni pesanti e argillosi. Il mais è cresciuto più lentamente ed è fiorito tardi, producendo meno. Il problema è che, assieme ai quantitativi, sono calati anche i prezzi, giù del 3,5% rispetto al 2018, con una media di 169 €/t contro i 175 €/t di un anno fa. Per contro, i costi di produzione sono aumentati, dato che nel 2018 si sono fatte in media tre irrigazioni, mentre quest’anno siamo stati sulle quattro. Quanto si è perso dunque in valore? A dare risposta è uno studio elaborato dall’ufficio tecnico di Confagricoltura Mantova. Nel 2018 in media si è registrata una produzione di 13 t/ha, con un ricavo di 175 euro/t, pari a 2.275 euro/ha. Nel 2019 invece abbiamo avuto, in media, una produzione di 11,5 t/ha, con un ricavo di 169 euro/t, pari a 1.943 euro/ha. La perdita netta dunque è stata pari a 332 euro/ha: «Il mais è da sempre coltura fondamentale per la nostra provincia – spiega Begnoni – è la base per le nostre Dop e ha grandi benefici ambientali, con un ettaro di mais che assorbe il doppio della CO2 rispetto a un ettaro di bosco. Di questo passo però, con questi prezzi, i produttori cesseranno di seminare con prospettive di perdita economica. Nutriamo quindi serie preoccupazioni per la sopravvivenza del circuito delle Dop, sia dei formaggi che dei salumi, dato che le norme comunitarie impongono che metà dei cereali debba provenire dalla zona di origine, e in Italia siamo già alla soglia del 50% di autosufficienza. Chiediamo al governo di riaprire il tavolo ministeriale sul mais, che con il precedente esecutivo stava funzionando bene, e ai mangimisti e ai colleghi allevatori di rendersi conto che così non si può andare avanti: le Dop sono in grave pericolo».





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