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Mais: tra Ogm vietati e produzioni sottocosto la soluzione sono le filiere
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02 Marzo 2019


«In Italia siamo in grado di produrre un mais ottimo, diverso da quello che propone il mercato internazionale. È necessario però dare un giro di vite al nostro sistema produttivo, perché fare mais non è più come una volta». La sfida lanciata dal professor Amedeo Reyneri, docente di agronomia e coltivazioni erbacee all’Università di Torino, al termine del convegno “Rilanciare il mais: produrre qualità in quantità” organizzato da Confagricoltura Mantova, è ambiziosa e difficile al tempo stesso. Ma è anche l’unica via da seguire per cercare di uscire dalle sabbie mobili entro le quali si è arenato il settore maidicolo: «Fare mais e basta non è più sufficiente – ha spiegato in apertura Alberto Cortesi, presidente di Confagricoltura Mantova – perché oggi servono diverse tipologie di prodotto, con il mais per uso alimentare, quello per uso zootecnico e molto altro. La sfida è per chi è più bravo e investe di più nella tecnologia. La nostra provincia, patria delle Dop, necessita di un settore vivo». «Il mais – ha aggiunto Roberto Begnoni, presidente della sezione cerealicoltura di Confagricoltura Mantova – ha un valore economico, ma anche ambientale. Toglierlo dalla Pianura Padana sarebbe come togliere la foresta amazzonica dal pianeta». Interessante dunque l’analisi fatta dal professor Reyneri, davanti a una platea ricca e interessata: «Dai primi anni Duemila in Italia le superfici hanno iniziato una brusca discesa. Il motivo? Altri paesi, come gli Stati Uniti, hanno inserito gli Ogm, che consentono di raggiungere standard produttivi per noi intoccabili. La genetica non ha aumentato la resa delle piante, ma la loro capacità di vivere vicine, consentendo semine a maggiore densità. L’Italia ad oggi non dispone degli stessi strumenti degli altri paesi, non combatte questa lotta ad armi pari. Tutto ciò nonostante nessuna ricerca scientifica abbia mai dimostrato che gli Ogm facciano male alla salute umana e all’ambiente». E a questo naturalmente si aggancia la questione redditività. L’ufficio tecnico di Confagricoltura Mantova ha proposto una simulazione dei costi produttivi del mais in pianura irrigua, sommando lavorazioni (aratura, semina, irrigazioni ecc.), mezzi tecnici (concimazioni, diserbi ecc.) e assicurazioni. Ne è uscito che per produrre un ettaro di mais nel mantovano sono necessari 2.242 euro. Con una stima produttiva di 120 quintali per ettaro (quindi leggermente superiore alla media provinciale 2017 e 2018, ferma a 110), il costo sarebbe di 186 euro alla tonnellata. Nell’ultimo bollettino fornito dalla Borsa Merci di Milano, alla voce “nazionale” il mais era quotato tra i 183 e i 184 euro alla tonnellata, il che significa lavorare in perdita o alla meglio, con nel caso del “nazionale di qualità ad uso zootecnico”, quotato 185/186 euro alla tonnellata, per andare in pari. La soluzione dunque «arriva dai contratti di filiera – dice Cesare Soldi, presidente Ami – , unico strumento per differenziarsi e ottenere più redditività, sui quali stiamo lavorando per combattere la produzione sottocosto in atto, dovuta anche al dimezzamento delle risorse Pac per il settore, oggi pari a 360 euro all’ettaro».




Cereali, Confagricoltura Mantova



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