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Cerealicoltura: Italia sempre più dipendente dalle importazioni
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26 Gennaio 2018


La percentuale di auto-approvvigionamento di prodotti agricoli in Italia, tra il 2012 e il 2017, si è ridotta dall’83% al 78%. Un calo di cinque punti percentuali dovuto anche alla riduzione della Sau (superficie agricola utilizzata), che è calata del 3,53% (persi 445mila ettari), e compensato dunque dall’aumento delle importazioni dall’estero (+7%) di prodotti agricoli. È questo il quadro emerso dai dati Ismea elaborati dal centro studi di Confagricoltura, che mettono in evidenza come, per alcune colture, il nostro paese sia sempre più dipendente dall’estero.

È il caso ad esempio del mais e del frumento tenero, che da anni ormai vivono situazioni di difficoltà. La produzione utilizzabile di mais, nel periodo di riferimento, è passata da 7.927.000 tonnellate a 6.399.291 tonnellate, con un calo netto del 19,3% e 650mila ettari di terreno deputati a questa coltura, il 30% in meno rispetto a dieci anni fa (erano 660.727 nel 2016). Il grado di auto-approvvigionamento dunque, che nel 2012 raggiungeva il 75%, è ora sceso al 66%, con un deciso aumento nelle importazioni dall’estero. Se nel 2012 infatti entravano nel nostro paese 2.654.000 tonnellate di mais, nel 2016 questo dato ha raggiunto quota 4.466.655 tonnellate, con un vertiginoso aumento del 68,3%. La quota maggiore di mais arriva dall’Ucraina, con 1.250.000 tonnellate, seguita dall’Ungheria (848.000 tonnellate) e dall’Austria (474.000 tonnellate). In difficoltà anche il grano tenero, con la produzione utilizzabile che è scesa del 23% in sei anni, passando da 3.509.000 tonnellate a 2.700.000 tonnellate, un dato assolutamente insufficiente a coprire le esigenze dell’industria molitoria nazionale, che necessita di circa 5,5 milioni di tonnellate. Il grado di auto-approvvigionamento del grano tenero è in calo verticale: se nel 2012 toccava quota 44%, oggi si attesta a meno del 39%. Le importazioni dall’estero intanto crescono. Nel 2012 entravano in Italia 4.565.000 tonnellate di materia prima, mentre nel 2016 il dato ha toccato quota 5.253.418 tonnellate, un +15% (+8% l’aumento tra 2015 e 2016). Il frumento duro presenta dati contrastanti. La produzione utilizzabile lo scorso anno è stata di 4.100.000 tonnellate, un dato di poco inferiore rispetto a quello del 2012 (4.243.000 tonnellate), ma vertiginosamente in calo rispetto al dato 2016, quando si arrivò a superare i cinque milioni di tonnellate. Il grado di auto-approvvigionamento è sceso dal 76% del 2012 a poco meno del 70% odierno, con 2.399.310 tonnellate di materia prima importata nel 2016 contro il 1.544.000 tonnellate del 2012 (+55%).

Anche all’interno della provincia di Mantova viene riflessa la tendenza nazionale, con cali di superficie costanti negli ultimi cinque anni. Il dato più clamoroso è quello riguardante il mais, che nel 2017 ha visto seminati 55.600 ettari, ben ottomila ettari in meno rispetto al 2013, quando la superficie seminata a mais toccò quota 64.365 ettari (-14%). Anche grano tenero e grano duro, seppur con percentuali minori, si confermano in calo. Il tenero scende del 3,5% (da 19.578 ettari a 18.898), il duro invece dell’1,7% (da 8.192 ettari a 8.051): «Il vero problema – spiega Matteo Lasagna, presidente di Confagricoltura Mantova – è la mancanza di una politica nazionale di sostegno e sviluppo del settore cerealicolo, che è la base per la nostra zootecnia, che da sempre produce eccellenze come ad esempio Grana Padano, Parmigiano Reggiano o i prosciutti Dop. La nostra dipendenza dalle importazioni estere è costantemente in crescita. Ciò produce un pesante aggravio sulla bilancia commerciale e una vera e propria mancanza di redditività per i nostri cerealicoltori, costretti a convivere ogni giorno con i prezzi internazionali, in calo, e a subire senza alcuna tutela la concorrenza dei produttori esteri. Gli scenari futuri devono cambiare, altrimenti il rischio è di andare incontro a pesanti conseguenze a livello strategico». In questo senso i timori per l’annata 2018, legati alla maiscoltura, sono numerosi: «Andremo incontro ad un ulteriore calo produttivo – spiega Lasagna – sia a livello provinciale che a livello nazionale. Nel Mantovano i produttori cercano sempre più alternative al mais e sono penalizzati anche dal cambiamento climatico, come hanno dimostrato le gelate primaverili e la grande siccità estiva nel corso della campagna 2017. Poco si muove anche dal punto di vista della ricerca scientifica sulle sementi, un settore sul quale invece andrebbero investite risorse, soprattutto in ottica futura».
 




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