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A Mantova è bio-boom
News e comunicati ^
 
23 Dicembre 2016


Si sta per chiudere un’altra annata all’insegna del biologico, che nella nostra provincia vive ormai un vero e proprio boom. Se alla fine dello scorso anno le aziende biologiche nel mantovano erano circa 180, il 13% del totale lombardo (circa 1.350 aziende), con un +20% rispetto al 2014, le stime di quest’anno lasciano intravedere, in attesa dei dati ufficiali, un ulteriore aumento del 25% nel numero delle imprese che decidono di convertire la loro produzione al bio. Il motivo? Essenzialmente di carattere economico, con il mercato che in questo momento premia notevolmente i prodotti biologici, che possono contare su quotazioni che in alcuni casi ammontano a più del doppio di quelle del prodotto convenzionale, e la regione che mette a disposizione notevoli incentivi: «Da parte degli acquirenti – spiega il presidente di Confagricoltura Mantova Matteo Lasagna – c’è una forte richiesta, tanto che si parla di contratti stipulati addirittura un anno prima dell’entrata a regime delle produzioni. Molti agricoltori in questi giorni (le richieste scadono il 31 dicembre ndr) si stanno rivolgendo ai nostri uffici per passare al biologico».

Le colture maggiormente praticate nella nostra provincia sono i cereali, le piante proteiche e i foraggi, mentre per il comparto zootecnico i produttori optano per gli avicoli, i suini e, ultimamente, per il latte bovino. Ad attirare di più i produttori sono, come detto, le quotazioni di mercato, davvero allettanti. Sul mercato di Milano ad esempio il frumento tenero viene quotato 185 euro/tonnellata se coltivato in maniera convenzionale, ma ben 401 euro/tonnellata se biologico, con un aumento del 117%. Così anche il frumento duro, che passa da 217 a 320 euro/tonnellata (+47%), il mais, da 177 a 345 euro/tonnellata (+95%), l’orzo, da 166 a 301 euro/tonnellata (+81%), il risone, da 450 a 885 euro/tonnellata (+97%) e la soia, da 392 a 610 euro/tonnellata (+56%). Quotazioni interessanti arrivano anche dal mercato di Bologna, dove il rincaro maggiore lo presentano le pere abate, che passano da 1,1 euro/chilo se coltivate convenzionalmente a 2,8 euro/chilo se biologiche, un aumento del 154%. Bene anche il fieno, che sale da 95 a 110 euro/tonnellata (+16%). A incentivare il passaggio al biologico arriva anche la Misura 11 del Psr, con la regione Lombardia che ogni anno vi destina 12 milioni di euro. Ad oggi sono state accettate 261 domande sulle 278 presentate, per un totale di circa 2,3 milioni di euro di aiuti. Di fondi a disposizione dunque ve ne sono ancora. La Misura 11 prevede premi all’ettaro per il periodo di conversione (quando si passa da agricoltura convenzionale a biologica) e per quello di mantenimento (quando il biologico è entrato a regime). Per tutti i seminativi sono previsti 375 euro/ettaro nel periodo di conversione (due anni) e 345 in quello di mantenimento. Per le orticole siamo a 600 euro/ettaro per i due anni di conversione, e poi a 540 per il mantenimento. Frutta e vite prevedono 900 euro/ettaro in conversione (tre anni) e 810 in mantenimento. Per i prati permanenti 125 euro/ettaro in conversione e 110 in mantenimento, mentre le foraggere passano dai 600 euro/ettaro in conversione (due anni, sei mesi se destinate agli allevamenti) ai 540 in mantenimento.

Opportunità economiche ce ne sono dunque, ma certamente ciò che non va è l’enorme carico burocratico che appesantisce chi decide di passare al biologico. Tra notifica iniziale di adesione, presentazione del Pap (Programma annuale di produzione), scelta dell’organismo di controllo e di un tecnico esperto nei metodi di coltivazione biologica, Confagricoltura Mantova stima che un’azienda agricola di 25-30 ettari a seminativo in conversione biologica spenda ogni anno 2.500 euro in adempimenti burocratici. Se si pensa che un’azienda di tale estensione percepisce come contributo circa 11.250 euro per ognuno dei primi due anni di conversione, ciò significa destinare il 22% dei contributi alle sole scartoffie: «Il settore – spiega ancora Lasagna – è soffocato dalla burocrazia, serve una decisa revisione, sia a livello nazionale che a livello comunitario, nelle pratiche, per una maggiore velocità operativa. I controlli servono, questo è chiaro, ma vanno fatti sul campo, non negli uffici». Lasagna poi lancia un ultimo appello: «Il biologico non va generalizzato, è una modalità di coltivazione difficile da realizzare, non alla portata di tutti. Non bisogna pensare di passarvi solo per moda, occorre invece valutare con attenzione gli sbocchi di mercato prima di una eventuale domanda di conversione».




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