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Agrinsieme: «Cambio di rotta per rilanciare l’agroalimentare».
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24 Novembre 2014


Mario Guidi, a sinistra, insieme ai rappresentanti del governo.
Mario Guidi, a sinistra, insieme ai rappresentanti del governo.
Sfatare i falsi miti del comparto, superare oneri e costi della burocrazia, eliminare le strutture intermedie. E poi aumentare la dimensione economica delle imprese, creare un’agenzia per l'internazionalizzazione dell'agroalimentare. Avviare, insomma, una serie di cambiamenti mirati alla crescita e allo sviluppo del settore.

È questa la strada indicata da Confagricoltura, Cia e Alleanza delle cooperative agroalimentari durante la prima conferenza economica di Agrinsieme, dal titolo #campoliberofinoinfondo, che si è tenuta a Roma la scorsa settimana. Strada illustrata chiaramente anche ai cinque esponenti del governo che hanno partecipato al confronto tra mondo agricolo e istituzioni: il ministro delle Politiche del lavoro Giuliano Poletti, delle Politiche agricole Maurizio Martina, della Salute Beatrice Lorenzin, dell'Ambiente Gianluca Galletti e il viceministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

«Siamo fermamente convinti che è proprio facendo leva sui suoi veri punti di forza che l'agroalimentare, in questa fase delicata, può essere determinante per l'economia italiana - ha detto il coordinatore di Agrinsieme, Mario Guidi -  C'è un enorme potenziale di crescita sui mercati internazionali, ma la forza del brand del made in Italy non è supportata, oggi, da una produzione e una distribuzione altrettanto solide». Tesi avvalorata dai risultati del rapporto commissionato da Agrinsieme a Nomisma, "Operazione verità", presentato all’apertura dei lavori.

Stando a quanto rilevato da Nomisma, il ruolo economico e sociale della filiera agroalimentare è rappresentato da 2 milioni di imprese che costituiscono il 9% del Pil italiano (14% considerando anche l’indotto), impiegano 3,2 milioni di lavoratori (il 14% degli occupati italiani) con un contributo al bilancio dello Stato di 25 miliardi di euro. Tra il 2007 e il 2013, nonostante la crisi che ha portato al calo del 14% dei consumi interni, il settore ha registrato una crescita del valore aggiunto pari al 6%. Il settore ha retto alla crisi soprattutto grazie alla spinta delle economie emergenti. I consumi alimentari sono cresciuti in maniera importante all’estero e prevedibilmente continueranno a salire anche nei prossimi anni. La produzione e le vendite delle nostre imprese agroalimentari sono trainate quindi anzitutto dalle esportazioni, che nel 2013 hanno superato i 33 miliardi di euro.

Se è vero però che l’export agroalimentare è cresciuto, lo ha fatto meno di quanto avvenuto mediamente a livello mondiale: dal 2000 al 2013 l’export mondiale di prodotti agroalimentari è triplicato. Negli ultimi 10 anni, infatti, nonostante la crescita delle esportazioni agroalimentari, la quota di mercato detenuta dall’Italia in questo settore a livello mondiale è diminuita dal 3,3% al 2,6%. Se poi a veder crescere le quote di mercato sul commercio internazionale sono soprattutto Cina e Brasile, anche nella vecchia Europa l’Italia soffre la competizione della Germania (che esporta esattamente il doppio di noi) e della Francia (con 43 miliardi di euro rispetto ai nostri 27). E questo nonostante l’appeal del made in Italy.

«I motivi di questa deludente performance sono diversi – sottolinea Matteo Lasagna, che ha partecipato all’appuntamento romano insieme a un nutrito gruppo di Confagricoltura Mantova – La frammentazione produttiva della nostra filiera, per esempio, con un’azienda agricola italiana media che ha un valore della produzione di 29mila euro contro i 42mila della Spagna, i 142mila della Francia e i 172mila della Germania. La ridotta dimensione aziendale comporta una ridotta competitività in termini di capacità finanziarie e di investimento, ma anche l’incapacità di rispondere ai volumi richiesti da grandi piattaforme, nonché difficoltà a conquistare i mercati esteri».

E non va meglio sul fronte distribuzione: in Italia il costo dell’autotrasporto è in media di 1,59 euro a chilometro, in Germania 1,35 e in Francia 1,32. Il costo dell’energia elettrica per uso industriale nel nostro Paese è superiore del 30% rispetto alla media europea. Notevoli anche i costi e i ritardi dovuti alla burocrazia: emblematico il numero dei giorni necessari per esportare via nave, che vanno dagli 8 del Regno Unito ai 9 della Germania, ai 10 di Francia e Spagna, per finire con i 19 dell'Italia. Necessario, quindi, che vengano realizzati interventi radicali e coraggiosi nell'ambito del settore pubblico. «Troppi – secondo il numero uno di Confagricoltura Mantova - sono oggi i soggetti che a qualsiasi titolo si occupano di agroalimentare, ma che appaiono superati e rappresentano solo un appesantimento burocratico, facendo perdere ancora una volta competitività ed opportunità di mercato alle imprese. Servono anche interventi sul mercato del lavoro – ha concluso Lasagna – a cominciare dallo snellimento degli adempimenti amministrativi per la gestione dei rapporti di lavoro stagionali e di breve durata».

 





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